Di tutti i ragni appesi a un filo.

La calda e morbida
seta di ragno,
meriggia nel pallido
comodino di faggio.
Serpeggia l’infante
alla folle corsa ignorando
che la vita gli tende.
In delle pesanti
salite ruzzolando,
favoloso percuote
il piede di guerra.
Arriva Ventoso e sussurra
la verità all’orecchio
di chi non sente.
Ma tu pazienta, ragnetto
che di ora o più tardi
qualcuno godendone
ti schiaccerà.

Varicella

Oh mia piccola,
bastarda,
vigliacca pustolina..
Chi tu sia?
Eruzion cutanea,
di acnoico proposito svegliata?
Oppure..

Oppure tu sei una piccola cella di schifo
su questa mia pelle giovane
ed elastica?..

Neanche due giorni passarono
che le tue amichette trasudarono
del dentro al fuori nel farti compagnia.
E la notte a banchettar
al suono del reclama Bacardi.
Di lì capii.
Che nulla era più ovvio..
Che al medico dovetti
io stesso conferire la tua apparizione.
Certo non vi vuol la scienza,
cara Varicella,
sei una vera Puttanella.

Il vecchio e la borsa carrello

Era un giorno come tanti altri a Torino città. L’autunno rimbalzava tra i palazzi e la nube grigia diffondeva un fresco tepore.  Era in quel clima rilassato che d’improvviso una folata di vento imperversò tra la folta parrucca di un vecchio signore che passeggiava facendo la spola tra un palo e l’altro del marciapiede. Il suo bastone si reggeva a malapena, così si aiutava con sé stesso. Era un gioco bizzarro il suo: percorreva senza sosta i cinque metri e trentaquattro centimetri di distanza tra i due pali, avanti e indietro e ad ogni virata gridava con la sua voce scricchiolante e leggermente altermigraspante “Tutta a prua!”.

Dopo due o tre giri di boa, il quale era attorcigliato intorno ad uno dei due pali, il vecchio si fermò. Si rese effettivamente conto che la sua voce era fin troppo scricchiolante e “leggermente altermigraspante”. Con passo insicuro ma spedito, in quanto possedeva il talloncino blu della “posta prioritaria”, si avvicinò alla sua borsa-carrello, ovvero quel modello di borsa, che i vecchi bacucchi ti sbattono ripetutamente sugli stinchi quando hai la sfortunata occasione di recarti al mercato. Oggi ci sono anche i modelli con le borchie e con le mazze ferrate oppure la terribile “speed poison” che abbinata ad un buon mirino laser, è in grado di colpire con un getto di veleno il malcapitato. Questo è il modello che utilizzano i vecchi bacucchi più sadici. Ma il nostro, non è un vecchio bacucco sadico, è solo vecchio, perciò possedeva una borsa-carrello normalissima, anche se il normale non dipende dalla borsa in sé, ma da chi la osserva, e siccome la osservavo io e non tu, ti dico che era normalissima.

Ad ogni modo il vecchio si avvicinò alla sua borsa e ne trasse una botticina di plastica contenente del Paraflù. Con fatica si chinò inginocchiandosi di fronte alla sua borsa, nel mentre con l’altra mano, (l’altra sta per quella che non regge il paraflù) prese dalla tasca un foglietto piegato bene, ma non troppo. Non era un foglietto qualsiasi. Era un mandato di perquisizione. Il vecchietto lo spiegò e lo mostrò autoritario alla sua borsa. Questa era una procedura che adottava con qualunque oggetto o persona da quando nel ’90 andò in pensione, che non è da intendersi come luogo di villeggiatura, ma bensì uno stato (dis)occupazionale, che prevede un compenso ad vitam dopo che ti sei spaccato la schiena per una cinquantina d’anni. Probabilmente conosci già cosa comporta la pensione, ma il mondo che descrivo io è diverso dal tuo. Fidati. Qui i politici sono per la maggior parte delinquenti e le elezioni (quando capitano) le vincono pregiudicati e comici, dunque, ritieniti fortunato e gioisci. C’è sempre chi sta peggio.

Il nostro vecchietto era dunque un ex-poliziotto in pensione. Egli mostrò il mandato alla povera borsa-carrello, la quale non poteva reagire. Per lei era chiaro come avrebbe dovuto comportarsi. Così si aprì leggermente per permettere alla mano del vecchio di entrare. Con aria sicura (e vento un po’ meno), il vecchio posò il Paraflù e lentamente infilò il braccio in fondo alla borsa-carrello. I due si guardavano con aria di sfida. Per tutto il tragitto della mano i loro sguardi non si lasciarono neanche un secondo, e nemmeno un terzo, se volete proprio saperlo, e questo la dice lunga sulla tensione che attraversava il filo sopra le loro teste e che passava tra i due pali dove il vecchio prima si divertiva.

Finalmente la mano toccò il fondo ed il vecchio cominciò a scandagliare ogni anfratto. Niente era sconosciuto alla sua mano: sfiorò le setole dello spazzolino; si infilò nell’unghia lo spigolo del dentifricio; sbatacchiò contro il contenitore della sua dentiera; riconobbe la sua dentiera, la scheda telefonica, il burro, la biacca ed il servizio di pentole 18\10 con fondo alto un centimetro (per diffondere bene il calore) della Mondial Casa. Poi si imbattè nel suo bellissimo portafortuna. Raffigurava un pachiderma a grandezza naturale (ottenuto copiando la salma di quello vero) che portava sempre con sé. Era poco più che ragazzino quando incontrò Pino, durante la guerra d’Indocina, da allora non se ne separò più. Fu costretto a disfarsene solo nel momento in cui, un anno tre mesi e due giorni dopo la morte del pachiderma, il suo zaino, iniziava seriamente a puzzare. Fu così che per due giorni incessanti, il vecchio ne fece la famosa copia con le assi del tetto del vicino e buttò l’originale nel Po provocando una piena che cancellò per sempre i Murazzi.

Tra le poche cose che la borsa-carrello conteneva, finalmente, il vecchio trovò quello che cercava. Ora però veniva il difficile. Il vecchio ripiegò il mandato con una mano e siccome faceva fatica, si aiutò con la terza mano che teneva sotto la camicia, in mezzo allo sterno: il risultao di una piccola “controindicazione” di quando lavorò come guardiano presso una sperduta centrale nucleare in Russia. Dopo averla ringraziata la infilò nuovamente sotto la camicia.

Iniziava la sfida: il by-pass del vecchio iniziò a pulsare, così come il pass-par-tut della borsa-carrello e il telepass del signore in auto che proprio in quel momento passava di là.

Con uno scatto degno di una macchina fotografica, il vecchio afferrò l’oggetto in questione, la borsa-carrello reagì stringendo i lacci intorno al braccio dell’ex poliziotto. Sfociò violenza in una lotta convulsa e isterica: il vecchio iniziò a scagliare una raffica di pugni contro la borsa-carrello; essa reagì colpendolo ripetutamente a lacciate sulla punta del naso, il ché sottolinea la precisione della borsa, cosicchè l’uomo cominciò a starnutire senza interruzione. Avendo una mano intrappolata nella borsa, una sotto la camicia e l’altra distesa in modo da sorreggerlo, è ovvio che fosse in seria difficoltà. Ad un tratto si rese conto di avere un arto inferiore con la condizionale mentre l’altro a piede libero: allora cominciò  a sferrare calci alla borsa-carrello, la quale indietreggiò quanto basta per permettere al vecchio di rialzarsi e sfilare il braccio di corsa  dalla morsa della borsa. Con la mano, finalmente libera dal compito di sostenere il corpo, il vecchio poteva ora passare al contrattacco.

Smise di starnutire e si fece terribilmente serio. Distese il braccio al cielo. Roteò la testa di trecentosessanta gradi. Corrugò gli occhi e la fronte e nuovamente rivolse lo sguardo verso la borsa-carrello, spaurita. Consapevole che era giunta la fine…

Il vecchio con il braccio disteso, aggrovigliò la gamba sinistra intorno al corpo, compiendo un doppio giro con avvitamento. Allargò la mano nell’atto di raccogliere energia dal cielo… La borsa-carrello era terrorizzata. I granelli di polvere nelle sue venature si raggelarono e quasi le provocarono un embolo.

Il cielo d’improvviso si scurì, non che a Torino solitamente sia limpido, ma si scurì di più. Fulmini, lampi, saette, tutti in un sol colpo. Nell’incavo della mano del vecchio andava configurandosi una palla di luce, sempre più grande, sempre più carica d’energia. Nemmeno Goku, lì per fare le riprese del suo ultimo cartone, riconobbe la sua aura. Non c’è niente da ridere, si sa che Torino è apprezzata per girare film. Tutti girano film a Torino.

Sgomenta, la borsa-carrello lasciò la presa ma era troppo tardi: il vecchio scagliò con estrema violenza l’onda energetica su di essa. Un bagliore diffuso si diffuse diffondendosi in tutta Torino. In un attimo tutti i barotti della zona divennero negri. I torinesi iniziarono a cantare in pugliese. Al museo dell’automobile esplosero tutti i pneumatici. La terra si increspò a tal punto da generare grattacieli ipertecnologici dal nulla, anche se non c’entravano un’emerita minchia con lo skyline della città. Dal fragore, addirittura Gino Panino smise di fare panini per qualche istante.

Poi, solo il silenzio… ed un fioco vento che soffiava nesto nelle orecchie.

Ora, immagina una scena da Far West. Il vento fioco che soffia…Tumuli di erba secca che rotolano cullati dal vento…Cigolii di insegne in legno dei saloon…Rumori di cavalli in lontananza, accompagnati da spari…Una signora che passa con il carrello della Lidl (!)… e poi lì, tra i due pali, si scorge una figura celata dalla polvere. Lentamente la nube si disperde, ed ecco… si vedono due piedi (anche se in realtà sono scarpe). Si distinguono un naso, una mano…è lui, è il vecchio! Con le gambe leggermente divaricate, sorregge verso il cielo l’oggetto tanto agognato. La sua espressione soddisfatta era accompagnata da una fragorosa risata di vittoria.

La sua borsa-carrello era poco più in là, sfatta e agonizzante: aveva perso un laccio e lo stava cercando sull’asfalto per farselo ricucire. Una volta ritrovato, sconfitta, si adagiò appoggiandosi ad un palo.

Finalmente il vecchio era riuscito nel suo intento: aveva preso dalla borsa-carrello il suo beccuccio. Ma egli non era un uccelluccio. L’oggetto in questione era un beccuccio di plastica cilindriforme, lungo quattro o cinque centimetri e con l’estremità leggermente ricurva. Lo avvitò sulla botticina che conteneva il Paraflù e con quella, si versò un po’ di liquido nelle giunture della mascella in acciaio inox. Quella ossea l’aveva persa in guerra a causa di un’esplosione di una bomba a mano, che cadendo da un aereo cargo appena decollato, si agganciò ad una lamiera del mezzo, staccando la sicura e piombando irrimediabilmente nella bocca del vecchio (allora giovane) spalancata dallo stupore di vedere un aereo di quelle dimensioni. Se la frase non ti è chiara, puoi rileggerla.

L’esplosione della bomba ferì anche Pino, il famoso pachiderma indiano che il “vecchioalloragiovane” curò e infilò nel suo zaino, con non poche difficoltà, intendiamoci.

Una volta oliata la mandibola al punto giusto, l’uomo, felice di non avere più la voce scricchiolante e leggermente altermigraspante, si avvicinò ai pali per continuare il suo gioco bizzarro.

La borsa-carrello stava lì. Osservava il vecchio fare avanti e indietro. Rifletteva e non capiva il senso di tutto questo. Non capiva proprio che senso avesse tutta questa storia… Continuava a ripensare a quanto successo e pur non capendo, avvertiva una sorta di messaggio subliminale. Un qualcosa che va al di là della razionalità. Avvertiva una morale talmente sottile che appena inquadrata nella mente, già sfuggiva. Perciò l’istinto fu uno soltanto: sfilò l’ iphone dalla tasca laterale, scattò un selfie utilizzando il laccio amputato come bastone per i selfie e lo condivise su Facebook. In quel post concretizzò per sempre quel momento alle future generazioni di borse carrello.

Ed il vecchio? Bè, lui non si rese nemmeno conto di ciò che era successo, né di quello che aveva fatto, o forse tutto quello non era nemmeno mai successo. A lui non importava. Il suo mondo si limitava tra quei due pali.

Un mondo tanto piccolo quanto importante da ignorare tutto il resto..

Un caimano di Gendarbole e il gufo di groviera.

Un caimano di Gendarbole
sospirava sospinto dal vento:
“Oh, cospicuo fu fatto colui che vagheggia.”
diceva arrancando nell’aia.

Nel contempo un ameboide
sorseggiava cianuro.

“No! No! Non voglio meriggiar!”
Diceva spaurito uto ato, tinto tanto.
“Perché farlo se non posso non amarlo?”

E lassù, nel ciel, quasi per incanto, passò,
ma passava ancor oggi ogni tanto, un uccello d’amianto.

“Mio caimano… non esser felice.”
Gli disse il saggio gufo pigmentatio
“in quanto la felicità non fa buon brodo,
così come l’abito non fa il monaco.”

L’asteroide bruciava nel ciel
di riso soffiato, il quale divenne tostato.

“Già…ma perché chi troppo vuole, nulla stringe?”
Chiese sgarubiato il tritticante caimano.
“In quanto le rondini non fanno primavera!”
Tuonò il cielo insieme al gufo di groviera.

E di oggi ancor non capì cosa intendesse,
ma per sempre felice il caimano visse,
mentre nel cielo la Luna,
drin drin.

Neve battuta al sol cocente.

Io vorrei,
di filo spinato cingere sentimento altrui e
allungare tetre visioni nel corpo ispido di fuliggine.
Plasmare miraggi per portarli altrove
laddove nessuno raggiunger potrebbe
con nemmeno gravose lacrime versando.

Io temo
la pace della Notte,
ma l’amo per lo brivido stesso ch’essa invoca
nell’assoggettare le mie sicurezze
affinché blande restino,
nel perpetuo vagare in queste tele celate.

Ch’io lungo e disteso
presso sospese lastre di neve battuta
col di sotto vuoto che tu scavasti
all’ombra del sole cocente.
Ma pur cadendo e
caduto fui per lungo tempo,
griderò te e tutto ciò che ne concerne,
di come sterco tu sia carne.
Corrosa di misfatti, intrighi e quant’altro tu abbia potuto.
Mia dolce fece altro non sei e
nient’altro ho che questo pugno chiuso
d’appoggiarti al grugno.

Nichilito e affranto uomo,
ma pur sempre onorato del suo medesimo essere,
quantomeno per la tarda prenduta visione,
ch’altro non sei, che il suo passato.

Torte in faccia.

La Sua testa era calva, il naso dritto come un’ antenna da cui captava onde radio risucchiando polenta dall’orecchio destro. Egli sorseggiava un bicchiere di cicuta rossa e sputava bestemmie dagli occhi. Pareva una mongolfiera, così pieno d’aria e gas naturali. La gente applaudì, quando giunse con le braccia e le dita dei piedi spalancati e le ragazzine urlavano talmente era brutto e anche bello.

Sulla Sua spalla sedeva un koala argentino che spargeva aghi di pino selvatico lungo lungo la strada e la gente a piedi scalzi urlava di piacere dal dolore. Qualcuno preso dall’enfasi iniziava amplessi sessuali con chi aveva davanti, uomini o donne che fossero, non aveva alcuna importanza. Poco sopra la Sua testa, stormi di avvoltoi volteggiavano bramosi di divorare le carogne degli animali e dei bambini abbandonati e calpestati dalla folla e di gente povera che non aveva nulla di fronte, se non l’attesa della propria morte che arrivava sempre troppo tardi.

Egli adagiava il suo immenso culone, su di un mastodontico e maschio destriero alato: un bellissimo bradipo incrociato con un unicorno che sognò da piccolo e che rese reale organizzando un’orgia zoofila in un sogno adolescenziale qualche anno dopo. Lo chiamò Barbara. Si impegnò molto nel sognarlo e altrettanto nel renderlo reale agli occhi altrui: carpì pensieri filosofici capaci di far impallidire i più grandi pensatori, a tal punto da rendere reale l’irreale. Capì che il segreto sta nell’influenzare il pensiero con cui il mondo è visto, piuttosto che cambiarlo davvero.  Il bradicorno Barbara scalciava nelle pance delle vecchiette eccitate e cagava a spruzzo nei panini del MacDonald, che tanto nessuno avrebbe notato la differenza.

Quel giorno c’ero anche io.

Inutile dire che di fronte a me c’era il delirio più totale. Tutti allungavano le mani nell’atto di toccarlo. Gridavano! Urlavano! Ululavano! Vagivano! Persino i muti e gli afoni tentavano di sussurrare il più forte che potevano tanto da farsi esplodere le vene della giugolare. Lui li guardava distrattamente e non faceva neanche caso a ciò che Gli capitava attorno.

D’ un tratto, alzò la mano al cielo e tutti ammutolirono. Il silenzio irruppe fragorosamente scivolando lungo la valle di cristalli liquidi. Un aereo si spense improvvisamente precipitando sulla folla e uccidendo trentamilauno civili, ma gli incivili, quelli, si salvarono tutti. Chi si domandava il perché, moriva a sua volta, mentre i più furbi sopravvivevano comprando di più, spendendo quello che non avevano, facendosi i selfie, vestendo alla moda e mangiando hamburger spruzzati di merda.

Io pensavo a quel povero, povero mondo in cui non esiste la democrazia. Non che non ci siano i mezzi. Non che non ci siano le condizioni. Non che non ci siano le speranze. Semplicemente si ignora. Lì tra la folla, Lo vedevo, Lui. Era così grande e schifosamente bello che quasi convinceva pure me. E Barbara… Io non l’avevo ancora mai visto dal vivo. La sua bellezza era radiante. Io scossi la testa forte per schizzare via quella sensazione di piacere, perchè ero lì per una missione precisa. Presi un taccuino ed iniziai a scrivere ciò che vedevo. Volevo informare l’universo intero di ciò che accadeva qui. Io volevo che qualche alieno fosse avvertito, un pò per salvare sè stesso e un pò per lanciare un aiuto a qualcuno che potesse redimere questo mondo. Ero solo tra la folla con una penna in mano ed era l’ultima cosa che avrei fatto.

Avevo due possibilità: il suicidio o la Torta in faccia. In entrambi i casi mi sarei perso per sempre, ma preferivo la seconda. Sarei stato sopraffatto dal gusto della panna e sarei diventato grasso di felicità come tutti gli altri. Odiavo quell’idea, dopo che avevo lottato così tanto per rimanere integro e libero, ma almeno non avrei abbandonato le persone che amo.

E così, lasciai la mia testimonianza. Poi, arrivò il momento.

Egli, come suggello della Sua misticità, materializzò ottocentocinquantadue Torte e il dio MasterChef scese dal cielo per lanciarle con estrema violenza in faccia ai superstiti. Poi Egli traspose i connotati dei presenti, sopravvalutò il BitCoin e scivolò nuovamente nella nebbia catodica dalla quale era venuto, lasciandosi dietro il delirio della folla che tesseva le sue lodi, consapevole che presto si sarebbero dimenticati di Lui. Ma non di ciò che avrebbe lasciato. E sarebbe stato troppo tardi.

La mia Torta era meravigliosa. Sentivo la panna. Buona. Dolce. Era la mia fine. L’inizio della mia nuova vita in cui non mi ponevo più il problema se fosse giusto o sbagliato.

Chissà se se qualche alieno ha raccolto la mia testimonianza. Ma a me che cazzo me ne frega a me. Ora c’è la partita e dio santo quante gliene diamo!