Celero

Da ciò fuggi, Celero.

Ove sia quel mondo infame di cui parli

E’ solo qui

Ed anche ovunque

La battaglia.

Celero, tu sai che sei ingiusto

Diversamente appartato nella folla

Sorridi da un lato ed imbronci dall’altro

Abusato dalle ossessioni

Dalle mancanze inspiegabili

Dai tranelli in cui cadi

Dall’altrui passato di cui sei adesso.

Nella merda, Celero.

La merda.

La luce è forte

Non puoi ignorarla

E’ la tua fortuna.

No, non fuggirai.

Lo sai.

TU

Sostanza del tempo assorbe

la tua carne forgia, nel respiro del globo.

Rifugio del pianto, l’azzurro tetto osserva.

Non crederai a nulla che non sia tu

e pochi altri, che come il Sole

evapora il bagnato che toccano, con cura

sfiorando il sottile involucro

nell’abbraccio dei fragili equilibri

di cui sei fatto.

Acqua su Sabbia

Una preghiera, che possa esorcizzare l’inesorabile addio. La sicurezza, che tutto questo sia irreversibile. La gioia di sapere che ho messo tutto me stesso e che questo mi rende migliore. Mostrerò le mie ferite all’amore che verrà e le dirò che dobbiamo amare più forte per vivere. Sarò credibile perchè ne porterò per sempre i segni e lascerò che lei incida i suoi…

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Respiro

Fresca brezza
di tanti segreti
respinti con voga,
rigettati nel cuore.

Senza parlare
e senza sentire
le voci d’intorno
che a tono sorreggono
il tuo cielo di burro.

Io vedo te che guardi altrove,
con sottile silenzio
nelle notti più dure.
Ma ignori al di sopra
il manto di stelle
che alla tua dolce bellezza
già stanno brillando.

Che bello è
ciò che non si vede,
ciò che nascondi.
Quella fragile energia
che racchiudi
in un cuore blindato.

Non piangere ancora, respira..
Tu solo sai cosa capita
quando tutto è teso..
Inconsistente.
Come zucchero a velo impalpabile..
nel tuo animo tenero.

Vorrei dirti mille cose,
che alcuna posso dire.
Ma per mano tenendoti..
solo respira,
questa tenue atmosfera.
Voltati un istante,
non sei sola..

Di tutti i ragni appesi a un filo.

La calda e morbida
seta di ragno,
meriggia nel pallido
comodino di faggio.
Serpeggia l’infante
alla folle corsa ignorando
che la vita gli tende.
In delle pesanti
salite ruzzolando,
favoloso percuote
il piede di guerra.
Arriva Ventoso e sussurra
la verità all’orecchio
di chi non sente.
Ma tu pazienta, ragnetto
che di ora o più tardi
qualcuno godendone
ti schiaccerà.

Varicella

Oh mia piccola,
bastarda,
vigliacca pustolina..
Chi tu sia?
Eruzion cutanea,
di acnoico proposito svegliata?
Oppure..

Oppure tu sei una piccola cella di schifo
su questa mia pelle giovane
ed elastica?..

Neanche due giorni passarono
che le tue amichette trasudarono
del dentro al fuori nel farti compagnia.
E la notte a banchettar
al suono del reclama Bacardi.
Di lì capii.
Che nulla era più ovvio..
Che al medico dovetti
io stesso conferire la tua apparizione.
Certo non vi vuol la scienza,
cara Varicella,
sei una vera Puttanella.

Un caimano di Gendarbole e il gufo di groviera.

Un caimano di Gendarbole
sospirava sospinto dal vento:
“Oh, cospicuo fu fatto colui che vagheggia.”
diceva arrancando nell’aia.

Nel contempo un ameboide
sorseggiava cianuro.

“No! No! Non voglio meriggiar!”
Diceva spaurito uto ato, tinto tanto.
“Perché farlo se non posso non amarlo?”

E lassù, nel ciel, quasi per incanto, passò,
ma passava ancor oggi ogni tanto, un uccello d’amianto.

“Mio caimano… non esser felice.”
Gli disse il saggio gufo pigmentatio
“in quanto la felicità non fa buon brodo,
così come l’abito non fa il monaco.”

L’asteroide bruciava nel ciel
di riso soffiato, il quale divenne tostato.

“Già…ma perché chi troppo vuole, nulla stringe?”
Chiese sgarubiato il tritticante caimano.
“In quanto le rondini non fanno primavera!”
Tuonò il cielo insieme al gufo di groviera.

E di oggi ancor non capì cosa intendesse,
ma per sempre felice il caimano visse,
mentre nel cielo la Luna,
drin drin.

Neve battuta al sol cocente.

Io vorrei,
di filo spinato cingere sentimento altrui e
allungare tetre visioni nel corpo ispido di fuliggine.
Plasmare miraggi per portarli altrove
laddove nessuno raggiunger potrebbe
con nemmeno gravose lacrime versando.

Io temo
la pace della Notte,
ma l’amo per lo brivido stesso ch’essa invoca
nell’assoggettare le mie sicurezze
affinché blande restino,
nel perpetuo vagare in queste tele celate.

Ch’io lungo e disteso
presso sospese lastre di neve battuta
col di sotto vuoto che tu scavasti
all’ombra del sole cocente.
Ma pur cadendo e
caduto fui per lungo tempo,
griderò te e tutto ciò che ne concerne,
di come sterco tu sia carne.
Corrosa di misfatti, intrighi e quant’altro tu abbia potuto.
Mia dolce fece altro non sei e
nient’altro ho che questo pugno chiuso
d’appoggiarti al grugno.

Nichilito e affranto uomo,
ma pur sempre onorato del suo medesimo essere,
quantomeno per la tarda prenduta visione,
ch’altro non sei, che il suo passato.